8 Febbraio 2022

Diario Aperto - Paolo Cuciniello - Storie e Riflessioni

Non parlo mai di religione o di politica in queste pagine; Sono cose che (ironia della sorte) dividono troppo. Sono argomenti che, più di tutti gli altri, portano a galla la voglia che l’uomo ha di “vincere” sul prossimo. Stamattina però farò un’eccezione. Voglio accompagnarvi nel viaggio che ho fatto e farvi vedere in questo modo come sono arrivato a pensare quello che volevo dirvi.

Chi tra di voi mi legge spesso e ha imparato a conoscermi attraverso la scrittura, sa che sono molto legato al cielo; Sa quanto prego, sa quanto cerco qualcuno quando mi ritrovo perduto e sa anche che la mia religione è differente! “Un uomo dalle mille contraddizioni”, mi hanno definito. Concordo! Ma ora, senza entrare troppo nello specifico di quest’argomento, vi spiego il viaggio.

Il pezzo del Vangelo che ho letto stamattina durante le mie preghiere era quello di Matteo 12: Le spighe e il riposo sabatico. Che recitava così:  

“In quel tempo Gesù attraversò di sabato dei campi di grano; e i suoi discepoli ebbero fame e si misero a strappare delle spighe e a mangiare. I farisei, veduto ciò, gli dissero: «Vedi! I tuoi discepoli fanno quello che non è lecito fare di sabato». Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando ebbe fame, egli insieme a coloro che erano con lui? Come egli entrò nella casa di Dio e come mangiarono i pani dell’offerta, che non era lecito mangiare né a lui, né a quelli che erano con lui, ma solamente ai sacerdoti? O non avete letto nella legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato e non ne sono colpevoli? Ora io vi dico che c’è qui qualcosa di più grande del tempio. Se sapeste che cosa significa: “Misericordia io voglio e non sacrificio”, non avreste condannato gli innocenti; perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».”

Sapete, nel passato il sabato era un giorno particolare; tante cose erano proibite in tal giorno secondo “la legge” e…

… e non so più cosa volevo dire. Mi sto rendendo conto che non ho alcun diritto di parlare nel modo in cui stavo per parlare; io nemmeno la conosco la legge del “giorno del sabato”. Ricordo di averla letta in passato ma ormai è in qualche posto lontano della mia memoria. Ma cosa non è così lontano, invece, cosa sono ancora chiare, nella mia memoria, sono le parole e le condanne che mi hanno sputato contro e inflitto molte persone, nel corso della mia vita, solo perché non rispettavo “le leggi” che loro credevano di conoscere. E questo credo sia un errore che tutti facciamo ogni giorno; ogni giorno, così come i farisei, “ci mettiamo i prosciutti davanti agli occhi” e non vediamo. Non vediamo, o non vogliamo vedere, finendo così col condannare il prossimo solo per “vincere”. E questo succede più spesso di quel che crediamo. Avevo i capelli tinti di rosso, da piccolo; non potevo entrare in chiesa perché era irrispettoso. Avevo freddo lo scorso Natale e indossavo il cappello di lana durante la messa; o mi toglievo il cappello o uscivo fuori. Bevevo la birra a otto anni; ero un delinquente e dovevo stare alla larga. Bevo un aperitivo adesso al bar, con un amico che non vedo da tanto; di certo siamo “dei parassiti” della società perché chi beve un aperitivo al mattino di certo non sta lavorando! Vogliamo sempre giudicare e condannare chi ci passa davanti, chi ci passa di fianco. Vogliamo sempre stare ad avere ragione, a “vincere”; a disprezzare il tappeto sporco davanti la casa del vicino senza prima guardare alla neve che ancora c’è sul nostro tetto. Gesù era un figo e ha saputo rispondere bene, senza perdere la calma, senza dire ai farisei: “fatevi i cazzi vostri!”. Io sono uno stupido e allora mi faccio un altro aperitivo e mi ubriaco e sorrido da solo mentre scrivo questa pagina. Ma né io né Gesù abbiamo portato quel che è accaduto sulle spalle, più di tanto. Lo abbiamo solo raccontato. Perché non ne vale la pena… a fine giornata siamo noi, non chi ci ha condannati. A fine giornata sono le persone che ci amano e che ci hanno scelto, non gli altri.


Vi racconto una storia. Non so se l’ho scritta già qui sul diario, o in qualche libro, o se l’ho detta in qualche intervista, ma sono alla quarta birra e allora ve la racconto (ugualmente).

Lungo le strade dissestate che si trovavano fuori a una città, nell’antica Cina, passeggiavano un Maestro e un suo discepolo. Aveva piovuto fino a qualche ora prima per cui quelle strade erano piene di fango e pozzanghere. Proprio per questo motivo, una donna che si stava recando in città, dopo aver visto i due uomini gli chiede se potevano darle “un passaggio” in spalla ed aiutarla, così, ad attraversare la strada. Non poteva sporcarsi il vestito e le scarpe. “Ma certo!”, le risponde il Maestro. Che la fa saltare sulla sua schiena e l’aiuta ad attraversare. Qualche tempo più tardi, mentre i due uomini stavano ancora camminando, ormai soli, il discepolo si ferma e perplesso dice: “Maestro! Ma io non capisco! Un uomo come voi: così saggio, così illustre, così rispettoso… perché ha preso in spalla quella donna? Non avete visto che era una prostituta e che stava andando a lavorare?” Il Maestro, udito ciò, anche si ferma e si gira verso il discepolo: “Io ho lasciato quella donna due ore fa. Tu ancora la stai portando in spalla.”

Misericordia io voglio non sacrificio.

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